Shock!, tra sogno e veglia nel noir di Alfred L. Werker

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Quando mi capita di pensare alla figura femminile noir per eccellenza, la femme fatale, l’immagine che subito mi sovviene – e di certo non sarò il solo – è quella di Phyllis, la bionda pericolosa e manipolatrice a cui Barbara Stanwyck ha dato vita in maniera indimenticabile nel caposaldo del cinema nero americano La fiamma del peccato. Poche sono riuscite a tenerle testa in quanto a perfidia e cinismo. Non mi sarei mai aspettato di imbattermi in un altrettanto diabolico personaggio nel film Shock di Alfred L. Werker, un B-movie della 20th Century Fox sul tema della psichiatria, che dopo il successo iniziale al di sopra delle aspettative è riuscito nel tempo a guadagnarsi l’apprezzamento di pubblico e critica, divenendo un piccolo cult tra gli appassionati.

La perfidia a cui mi riferisco è quella di un’infermiera tanto avvenente quanto gelida e spietata, di una malvagità sottile e inarrestabile, silenziosa come la voce di una coscienza perversa che spinge a compiere atti sempre più disumani, come l’omicidio premeditato di una ragazza, colpevole di essere una testimone scomoda. La trama del film parte proprio da questa giovane, Janet Stewart, ingenua biondina che trascorre la notte in un hotel di San Francisco in attesa di reincontrare suo marito Paul, un militare fino a poco prima creduto morto in guerra. Un’attesa inquieta che alla ragazza procura incubi e una notte insonne, fino a quando assiste dal balcone a un omicidio commesso nella stanza di fronte da un uomo, che colpisce la moglie con un candelabro. Janet viene trovata da Paul sotto shock, in stato catatonico, e perciò ricoverata nella clinica del dottor Richard Cross. Lo psichiatra, autore dell’omicidio, prolungherà lo stato di shock di Janet con la complicità dell’infermiera e amante Elaine, fino a progettarne la morte.

Abbiamo quindi due condizioni di sospensione: quella di Janet,  tra sogno e veglia, allucinazione e percezione concreta, imprigionata in uno stato di pazzia indotta; e quella del dottor Cross, uomo sul crinale tra bene e male, etica professionale e interessi personali, soggiogato dall’influenza dell’amante senza scrupoli. E’ proprio la donna a tirare le fila di tutto, a spingere Cross a compiere le azioni più abiette, vera e propria femme fatale pronta a tutto pur di eliminare ogni ostacolo lungo la sua strada veso la serenità. Una strada che, come sempre accade nei film noir per chi sbaglia, non vedrà un orizzonte radioso. Molto efficace, a proposito della cattiva influenza, è una scena in cui la donna siede alle spalle di Cross, consigliandogli di fare del male all’indifesa nel letto della clinica, quasi sussurrando, mentre il bagliore del caminetto lascia nell’ombra i suoi contorni femminili rendendola una presenza diabolica.

Se con lo psichiatra, interpretato da un ottimo Vincent Price, assistiamo a una lotta interiore e ad un continuo oltrepassare il confine tra giusto e sbagliato, con tutte le strategie tipiche del criminale che cancella ogni traccia dietro di sé, col personaggio della povera Janet il regista Alfred L. Werker sviluppa i temi legati all’onirismo e alla follia, alla visione e alla distorsione del reale, ricreando in più occasioni il clima da incubo vissuto solitamente dai personaggi intrappolati, vittime di perfidi piani e messi con le spalle al muro. E’ così a pochi minuti dall’inizio, quando la ragazza in balia dell’ansia sogna il marito bussare alla sua stanza, ma la porta si allontana gradualmente, irraggiungibile, e poi enorme quando riesce a raggiungerla, per poi scoprire che il pianerottolo è vuoto mentre le pareti continuano a deformarsi. Meno surreale ma altrettanto suggestiva è una sequenza notturna nella clinica: i tuoni di un forte temporale agitano uno dei pazienti più squilibrati, che incomincia a vagare nei corridoi silenziosi e semi bui, dalle geometrie simmetriche, fino a intrufolarsi nella stanza di Janet, dove si scaglia contro gli infermieri e la poveretta assiste per la seconda volta a un’aggressione. Qui lo shock si ripete, l’oscurità della stanza e l’improvvisa apparizione nel mezzo del sonno fanno sì che il trauma ancora una volta si manifesti in un clima di allucinazione onirica.
Il film si inserisce quindi a pieno titolo in quel filone noir che mette al centro la questione della visione e di una percezione soggettiva, nonostante il tema resti secondario, ma comunque inserito in un’atmosfera che enfatizza gli aspetti dell’incubo.

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